Lettere anonime: il silenzio non è un’opzione

Lettere anonimeLettere anonime

Tra i destinatari di una lettera anonima circolata in questi giorni, indirizzata a giornalisti, professionisti e rappresentanti istituzionali, c’ero anch’io.

Lo dico subito, senza giri di parole: non ho paura e non mi faccio intimidire.

L’anonimato è una scelta precisa. Non è prudenza, non è tutela, non è coraggio.
È l’esatto contrario: è l’incapacità di sostenere pubblicamente le proprie affermazioni, assumendosene la responsabilità.

Il contenuto della lettera non merita di essere discusso nel merito finché resta nascosto dietro l’assenza di una firma. Perché chi chiede trasparenza, verità e correttezza non può sottrarsi alle stesse regole che pretende per gli altri.

Colpisce, piuttosto, il metodo.
Lettere anonime inviate a più soggetti, con l’evidente intento di insinuare, condizionare, delegittimare. Un tentativo maldestro di spostare il dibattito dal piano pubblico e verificabile a quello opaco del sospetto.

È bene dirlo chiaramente: questo modo di agire non tutela la verità, la indebolisce.
Non contribuisce al confronto, lo avvelena.
Non cerca giustizia, cerca silenzio.

Personalmente rivendico una cosa semplice: continuerò a parlare, a scrivere, a espormi sempre a volto scoperto, come ho sempre fatto. Le idee si difendono con i fatti, le argomentazioni con i documenti, non con lettere senza nome infilate nelle cassette postali o spedite alle redazioni.

Se qualcuno ritiene di avere elementi, li porti alla luce.
Se qualcuno ha critiche, le firmi.
Se qualcuno pensa di intimidire, ha sbagliato destinatario.

Il dibattito pubblico, soprattutto quando tocca temi delicati e dolorosi, merita rispetto, rigore e responsabilità.
L’anonimato, in questo contesto, non è una protezione: è una resa.

E io, come altri, non intendo arretrare di fronte a chi sceglie di nascondersi.